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Lettera di Don Andrea Rossi dall'Albania

Carissimi amici vi porta a conoscenza di questa lettera scritta alcuni giorni dopo rispetto alla data indicata; mi sembrava importante condividere con voi una parte dell'esperienza vissuta in Albania.
Don Andrea Rossi

Fusche Arrez , Sabato 13 gennaio 2007
"In questi giorni, data la rarità della presenza continuativa di un sacerdote, si approfitta per visitare i malati e cercare di visitare il più possibile le famiglie della città e dei villaggi.
Si porta loro il conforto della presenza di Gesù nell'Eucaristia, ma anche la nostra stessa presenza genera un po'di sollievo. Io devo accontentarmi di poter dire poche parole in albanese e di comprenderle con molta difficoltà.
Ma la presenza di un sacerdote che visita la casa è evento straordinario e molti dicono: "Non importa la lingua, noi siamo contenti che tu sei qui".
Insieme a me, però, viene anche Mirjana, o qualche altro giovane albanese legato alla missione, che suppliscono ai miei silenzi e soprattutto hanno un amore appassionato per la loro terra e per queste persone.
Anche Irene, ormai esperta della missione, non si risparmia, tra l'accudire una bambina di un mese che vive con noi, frutto di una violenza sulla madre, anch'essa con noi, e la passione per il gruppo dei giovani che ormai segue da un po' di tempo, e continuamente sollecita tutti noi a fare di più per questa gente. Rivedo in lei molte caratteristiche del mio slancio missionario di dieci anni fa. La sua presenza in questo luogo è veramente un dono.
Proprio nella visita a questi malati si ha la possibilità di cogliere la necessità di una presenza pastorale degna di questo nome. In una di queste visite è avvenuto un fatto straordinario. Una "vecchietta" ultraottantenne, malata da alcuni giorni, prima di un ulteriore aggravamento chiede con insistenza la presenza di un sacerdote. Arriviamo con qualche giorno di ritardo, è in coma, ma ancora capace di comprendere ciò che le sta accadendo. Mi vede e il suo sguardo si fa più intenso. Mi preparo per amministrare il Sacramento dell'Unzione, con alcune preghiere semplici adattando il rito alla situazione e leggendo il brano della Lettera di Giacomo che è a fondamento di questo sacramento. Compio l'unzione come prescrive il rito e concludo con la preghiera di benedizione. Gli occhi della "vecchietta", rimasti abbastanza vigili durante la preghiera, al termine della stessa, si chiudono e dalla bocca emana l'ultimo respiro. I suoi occhi si chiudono sulle sue fatiche umane di questa vita, per aprirsi sulla festa eterna preparata dal Padre per i suoi figli prediletti.
Nella logica del Vangelo questi sono i Suoi figli prediletti. Una vita che non comparirà sui libri di storia, una donna come tante, ed in Albania essere donna, soprattutto nel nord e nei villaggi, è già sinonimo di martirio, fuori da ogni percorso di emancipazione. Una donna, una nonna, una madre, circondata dai suoi cari, dai figli, dai nipoti, che hanno partecipato alla preghiera. Una liturgia semplice, fatta di parole non dette, sguardi segnati dalle lacrime, ma rassicurati dalla presenza di un sacerdote, che tanto sapeva di anticipazione della festa eterna. Una donna che ha dato la sua ultima testimonianza di fede rimanendo attaccata all'ultimo respiro, fino all'ultimo sacramento, che gli ha spalancato le porte sull'eternità."
Un mio particolare ringraziamento a Don Andrea per queste sue parole che non possono non commuoverci e spingere anche noi a fare di più, se non in Albania, nelle nostre "terre di missione"

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